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9 ottobre 2018

Perché serve chiarezza sul traffico di influenze illecite

Articolo di Francesco Schlitzer su Start Magazine

In Italia abbiamo la cattiva abitudine di voler normare tutto nel dettaglio. Il risultato è una babele di norme che spesso sono inapplicabili. Pochi giorni fa, il Governo ha proposto nel decreto legge anticorruzione di modificare la norma sul cosiddetto “Traffico di influenze Illecite”. Si tratta di una fattispecie molto discussa parente stretta del reato […]

In Italia abbiamo la cattiva abitudine di voler normare tutto nel dettaglio. Il risultato è una babele di norme che spesso sono inapplicabili. Pochi giorni fa, il Governo ha proposto nel decreto legge anticorruzione di modificare la norma sul cosiddetto “Traffico di influenze Illecite”.

Si tratta di una fattispecie molto discussa parente stretta del reato di millantato credito. In sostanza, se una persona vanta relazioni o rapporti “influenti” con un pubblico ufficiale e “vende” queste relazioni a terzi per influenzare illecitamente o remunerare il pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, commette il reato di traffico di influenze illecite ed è punito con la reclusione da 1 a 5 anni, salvo aggravanti.

Nel precedente testo, si faceva riferimento al prezzo della propria mediazione illecita, in quello attuale al prezzo della propria influenza illecita, reale o supposta. Sembrerebbe, quindi, che questa modifica intenda estendere il campo di applicazione della norma.

Quello che appare poco chiaro è se il Governo abbia inteso rendere illecita ogni attività di influenza nei processi decisionali o viceversa l’influenza diventa illecita solo quando è tesa a far compiere atti illeciti. La differenza è enorme. Con questa formulazione infatti,

Il Governo introduce un’accezione molto ampia che toccherebbe diversi comportamenti, alcuni dei quali – a mio parere – costituiscono l’esercizio di un diritto. Dico questo perché l’articolo, prevedendo delle specifiche aggravanti (omissione o ritardo nell’emanazione di un atto), sembra ritenere punibile anche l’attività di influenza tesa, ad esempio, a sollecitare l’approvazione di un disegno di legge, di un emendamento o di un decreto ministeriale.

Se così fosse, sarebbe grave vulnus ai nostri diritti costituzionali di partecipazione ai processi decisionali. È quindi molto importante che il Ministero della Giustizia e il Parlamento qualifichino meglio il reato. Altrimenti, si può giungere alla conclusione che tutti coloro che hanno un’istanza da rivendicare rischiano di andare al gabbio se assumono un professionista o un dipendente per raggiungere lo scopo.

Faccio alcuni esempi. Nei mesi scorsi, l’ex premier Britannico Tony Blair ha incontrato il Vice Premier Salvini per parlare del gasdotto TAP, società per la quale Blair è consulente. Va da sé immaginare che Blair (forte della sue relazioni) abbia cercato di influenzare Salvini sull’importanza di realizzare il gasdotto. Blair viene regolarmente pagato per rappresentare gli interessi della società. Viene pagato proprio perché vanta quelle relazioni influenti – reali o supposte – citate nell’ipotesi di reato. La società TAP lo remunera (il prezzo) perché in maniera trasparente porti avanti la causa del gasdotto e influenzi a favore del committente la decisione pubblica. E ancora, un’associazione di agricoltori assume un lobbista esterno per cercare di modificare l’attuale normativa sulle Denominazione di Origine Protette DOP. Le parti sottoscrivono un contratto che ha per oggetto appunto l’attività di influenzare i decisori per modificare la legislazione in materia.

In entrambi i casi, la domanda sorge spontanea: rientrano nella fattispecie del traffico di influenze illecite? Ovvero il contratto tra le parti contiene un oggetto lecito oppure è indebitamente sottoscritto perché l’attività è illecita in sé? Se esiste, qual è l’elemento distintivo tra la legittima attività di rappresentanza di interessi (lobbying) e il traffico di influenze illecite? Posto che anche nella prima c’è un prezzo per l’attività professionale svolta. Come può il giudice valutare se quelle relazioni, reali o supposte, siano un mero elemento di professionalità e accesso al decisore o viceversa costituiscano l’elemento inquinante di una decisione che altrimenti non sarebbe stata presa? Se, per ragioni professionali, in un’intercettazione, si scopre dare del tu ad un pubblico ufficiale per convincerlo di una scelta, si sta “trafficando” illecitamente con lui? Come si concilia questa fattispecie con l’art.3 della Costituzione?

A questo domande, il Governo e il Parlamento devono dare delle risposte chiare e inequivocabili. Devono dire se l’attività di lobbying professionalmente condotta è lecita oppure no. Così almeno sapremo se dovremo cambiare mestiere, se occorrerà modificare gli statuti di tutte le associazioni di categoria, inclusi sindacati e organizzazioni no profit e se i famosi Registri pubblici di iscrizione dei lobbisti siano ormai moduli da cestinare.

@FraSchlitzer

Fonte: StartMag.it

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26 giugno 2018

La politica e il circo degli insulti

Articolo di Francesco Schlitzer su La Repubblica - Ed. Napoli

Tempo fa avevo scritto un articolo sulla comunicazione ai tempi dei social sottolineando quella di Paolo Gentiloni che al contrario dei predecessori aveva mantenuto un livello di comunicazione di contenuti adeguati al ruolo rivestito. Si parla quando è necessario, utilizzando i canali e i contenuti adeguati. Una politica quindi in totale controtendenza da quelle suggerita […]

Tempo fa avevo scritto un articolo sulla comunicazione ai tempi dei social sottolineando quella di Paolo Gentiloni che al contrario dei predecessori aveva mantenuto un livello di comunicazione di contenuti adeguati al ruolo rivestito. Si parla quando è necessario, utilizzando i canali e i contenuti adeguati. Una politica quindi in totale controtendenza da quelle suggerita da esperti e fatta propria da una moltitudine indistinta di politici, opinion makers e cittadini.

Gentiloni in quei mesi risultava la figura più gradita dagli italiani. Viceversa la comunicazione politica e istituzionale sta sempre più immergendosi in un fangoso e squalificante spettacolo. Senza rendersene conto la si sta portando all’interno di una community della polemica e dell’insulto. Purtroppo nessuna forza politica è riuscita a starne lontano. Ministri ex presidenti del Consiglio, alte cariche istituzionali segretari di partito sono protagonisti di questo ridicolo spettacolo che li porta a non distinguere più la persona dall’istituzione che rappresenta. Grazie a nuovi e presunti guru della comunicazione social, di cui pare si siano circondati i leader politici, siamo immersi in questa bolla dell’insulto, delle citazioni a sproposito se non addirittura inventate, delle invettive.

Quello dei social media è diventato un campo dove si gioca al tutto contro tutti. Per vincere si usa qualsiasi mezzo e si viene poi sbeffeggiati con lo stesso mezzo. Ci si offende reciprocamente. Si fanno selfie per dimostrare quanto si lavora e si fa per la gente. Oppure mentre si stirano camicie o si gioca alla PlayStation. Cosa pensare dei ministri uscenti che postano la foto della stanza vuota, scrivendo battute sui possibili ministri entranti o vantandosi (sich!) dei risultati conseguiti. Chissà forse pensano, portando lo scatolone, di apparire servitori dello Stato. Dimenticando che esseri servitori dello stato significa fare esattamente l’opposto. Accogliere il nuovo entrante per il passaggio di consegne. Magari raccontando di persona le cose fatte i dossier ancora aperti, l’idea e il disegno che si perseguiva.

In questa bulimica voglia di apparire superficialmente e utilizzando slogan stiamo smarrendo la nostra identità. Stiamo con pervicacia alimentando divisioni. E se c’era una cosa di cui il Paese non aveva certo bisogno era quello di trasformare gli italiani in tifosi o in megafoni di sciocchezze, ancor più di quanto non lo fossimo già per ragioni storiche. Se Savona e Mattarella sono descritti come due sovversivi per ragioni opposte è probabile che nessuno dei due lo sia. Vorrei chiedere ai moderni comunicatori, ai social media manager, a tutti coloro che partecipano a questo circo, quale Paese stiamo raccontando, quali verità e storie vogliamo rappresentare? Sappiamo distinguere le persone competenti da quelle no? Siamo oggi in grado di fidarci di una figura istituzionale per quello che dice? Quali sono le fonti autorevoli, se tutti noi siamo diventati fonti. Ci fidiamo oggi della magistratura, dei media o del Parlamento? Se questa è la nuova comunicazione, se questo è il modo per parlare ai cittadini, da comunicatore vi dico che fa pena. Tutto questo spettacolo non ha nulla a che vedere con i fatti e il modo di raccontarli e non fa altro che abbassare ulteriormente la reputazione del nostro Paese agli occhi del mondo. Rende solo l’Italia più debole e più esposta. La comunicazione in politica e nelle istituzioni è un fattore strategico e va governata con perizia. E invece si pensa che Berlusconi sia stato un genio della comunicazione perché si è messo a contare con le dita durante le consultazioni del Quirinale. Salvo poi lamentarci dell’immagine che all’estero danno dell’Italia. Se sei un ministro o un parlamentare quello che affermi lo dici in quella veste, anche se lo fai dal tuo account personale. Se hai delle cose da dire pensa a come e quando dirle. Pensa alle conseguenze e a quale canale utilizzare. E soprattutto pensa prima se non sia meglio, ogni tanto, restare in silenzio.

Fonte: La Repubblica – Ed. Napoli

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17 maggio 2018

Lobbying, le regole e il governo in fieri

Articolo di Francesco Schlitzer su Start Magazine

Nel contratto di Governo tra M5S e Lega c’è un capitolo dedicato alla lotta alla corruzione. E immagino che si voglia affrontare anche il tema della regolamentazione del lobbying che negli anni ha guadagnato sempre più attenzione, anche se con scarsi risultati. I tentativi intrapresi nelle ultime legislature sono state proposte legislative decontestualizzate dalla nostra […]

Nel contratto di Governo tra M5S e Lega c’è un capitolo dedicato alla lotta alla corruzione. E immagino che si voglia affrontare anche il tema della regolamentazione del lobbying che negli anni ha guadagnato sempre più attenzione, anche se con scarsi risultati. I tentativi intrapresi nelle ultime legislature sono state proposte legislative decontestualizzate dalla nostra architettura istituzionale. Ciò è avvenuto nella convinzione che una legge ad hoc potesse limitare i fenomeni corruttivi che si annidano in qualsiasi rapporto intermediato. Per tale ragione, e non solo, le varie proposte si sono limitate a regolare aspetti come: la definizione dell’attività, l’iscrizione a registri, la rendicontazione – più o meno dettagliata – sino al rilascio dei pass di accesso ai Palazzi. Un po’ come tappare un buco in un colapasta.

Regolare l’attività di lobbying senza pensare a come inserirla in maniera organica nel nostro sistema costituzionale è inutile. Il diritto di partecipare alle decisioni pubbliche ha infatti bisogno della fondamentale pre-condizione che il sistema istituzionale abbia un quadro procedurale semplice e ben definito. Che regoli i rapporti tra privati e politica, che riduca al minimo le asimmetrie informative, che preveda fasi di consultazione pubbliche ed aperte a tutti, che indichi tempi e modalità di partecipazione certe e, da ultimo, che si doti di poche regole sulla chiarezza dei testi normativi. Perché non c’è niente di meno trasparente ed escludente dello scrivere norme illeggibili, alle quali contribuiscono anche i lobbisti; qualcuno ahimè facendosene vanto.

La rappresentanza di interessi fin da come ce l’ha descritta Tocqueville è sempre stata intesa soprattutto come il fondamentale diritto ad essere ascoltati e rappresentati. Diritto di qualsiasi soggetto, inteso sia come singolo che come gruppo sociale, che non prevede limitazioni o distinzioni per essere esercitato. Si pensi all’interesse specifico di una famiglia che lotta per avere accesso alle cure di una patologia rara per il proprio figlio. O ad un abitante del quartiere Tamburi di Taranto che ha il medesimo diritto di accedere e partecipare alle discussioni sul futuro sviluppo industriale della città quanto quello del management dell’ILVA. I vari tentativi perseguiti, nel desiderio di mondare l’arena politica, hanno dimenticato del tutto che i nostri padri costituenti avevano indicato, in diversi articoli della nostra Costituzione, la piena costituzionalità di questo diritto partecipativo. L’attività di lobbying pertanto non ha alcun bisogno di essere legittimata, è già nella nostra Carta. E non ha rilevanza se si è lobbisti di professione o per specifica e saltuaria necessità.

Mi auguro, quindi, che il nuovo governo non si limiti alla questione del Registro dei lobbisti, come fosse l’elemento centrale per arginare la corruzione. La registrazione ha un senso solo se consente una partecipazione meglio organizzata ma non può diventare né una licenza ad escludendum né un indice deontologico. D’altronde nessun registro ha impedito e neppure ridotto il realizzarsi di comportamenti illeciti.

Il nuovo governo dovrebbe invece impegnarsi ad un vero e profondo processo riformatore. Oggi siamo bombardati da migliaia di provvedimenti inutili di cui ne disconosciamo l’effettività. Non riconosciamo più l’autorevolezza dell’istituzioni, tantomeno quella dei suoi rappresentanti.

Di fronte ad una società sempre più aperta e dispiegata, sempre più informata e/o disinformata ci vuole quindi un cambio di paradigma per adeguare il diritto partecipativo all’interno del quadro costituzionale, affinché la partecipazione sia realmente democratica e trasparente.

Abbiamo bisogno di dare risposte ai cittadini che chiedono soluzioni tempestive ma anche qualità e soprattutto condivisione delle scelte politiche e quindi delle leggi. Di questo se ne sta occupando Italia Decide, il think tank fondato da Luciano Violante, che – con metodo – sta lavorando ad un ampio rapporto sul tema della rappresentanza. Non resta, quindi, che aspettare e vedere se i frutti di questo lavoro possano essere presi in considerazione nella prossima legislatura.

Magari si riesce ad uscire da questo sguardo miope e ci si accorge che se oggi oltre 130 nazioni hanno sottoscritto il Trattato per l’abolizione dell’utilizzo di armi nucleari questo lo si deve alla partecipazione attiva di una lobbista, Beatrice Fihn, premio premio Nobel per la pace.

Fonte: StartMag.it

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19 dicembre 2017

La Riforma organica del Regolamento del Senato: fare poco e farlo bene

I contenuti del progetto di Riforma

Nato nel corso della legislatura con un lavoro sotto traccia della Giunta per il Regolamento del Senato, sorretto da un appoggio bipartisan, il progetto di Riforma “organica” del Regolamento (Doc. II, n. 38) è approdato oggi in aula. Approvato il disegno di legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento da oggi l’aula di Palazzo Madama si […]

Nato nel corso della legislatura con un lavoro sotto traccia della Giunta per il Regolamento del Senato, sorretto da un appoggio bipartisan, il progetto di Riforma “organica” del Regolamento (Doc. II, n. 38) è approdato oggi in aula. Approvato il disegno di legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento da oggi l’aula di Palazzo Madama si dedica ad una nuova sfida: fare del Senato il motore della riforma del processo decisionale. Il progetto si presenta come un’opera chirurgica di restyling del Regolamento orientata all’efficienza e alla razionalizzazione delle procedure parlamentari, e punta a raggiungere almeno tre obiettivi:

  • ottimizzare i tempi di esame in Commissione
  • porre un argine all’ostruzionismo parlamentare
  • dare una risposta al fastidio che l’elettorato nutre nei confronti dei “cambi di casacca”.

Con questi interventi mirati, il progetto della Giunta per il Regolamento contiene tutte le premesse per rendere l’iter legislativo efficiente e più razionale. Nello specifico la Riforma consta di quattro articoli che incidono su tre diverse aree del Regolamento:

  • la disciplina concernente la composizione dei Gruppi
  • l’attività svolta dalle Commissioni permanenti
  • la semplificazione e la razionalizzazione dei lavori.

Di seguito analizziamo alcune delle novità apportate dalla Riforma nel processo decisionale di Palazzo Madama.

Composizione dei Gruppi

Nel progetto della Giunta per il Regolamento sono previsti, in particolare, due strumenti che intendono prevenire l’eccessiva proliferazione dei Gruppi e intervenire sull’annosa questione dei “cambi di casacca”.

In primo luogo, si introduce il principio in base al quale ciascun Gruppo deve essere espressione di un partito o movimento politico (anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici) che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno. La costituzione di nuovi Gruppi in corso di legislatura rimane sempre possibile purché rispetti il criterio di rappresentanza di cui sopra: i nuovi Gruppi, infatti, dovranno essere espressione di soggetti riconducibili a partiti o movimenti politici che si sono presentati alle elezioni uniti o collegati.

In secondo luogo, inoltre, considerato che questa legislatura si è contraddistinta per un numero esorbitante di “cambi di casacca”, il Senato intende dotarsi di un sistema di prevenzione stabilendo che i Vice Presidenti e i Segretari del Consiglio di Presidenza del Senato che entrano a far parte di un Gruppo diverso da quello al quale appartenevano al momento dell’elezione, decadono dall’incarico e, con riferimento alle Commissioni permanenti, da tutte le cariche dell’Ufficio di Presidenza.

Attività delle Commissioni permanenti

L’intervento sui lavori delle Commissioni rappresenta probabilmente l’innovazione più importante di questa modifica del Regolamento, in quanto comporta uno spostamento del baricentro del processo decisionale dall’Assemblea alle Commissioni, puntando a velocizzare l’esame dei disegni di legge.

Si intende introdurre il criterio dell’assegnazione dei disegni di legge di norma in sede deliberante – per la quale la Commissione di merito esamina e approva il testo senza passare per l’Assemblea – o redigente – per la quale l’iter si concretizza sostanzialmente in Commissione, lasciando all’Assemblea solo la votazione finale sul provvedimento approvato dalla Commissione di merito – fatta ovviamente eccezione per alcuni provvedimenti per cui la Costituzione (Art. 72, c.4) e il Regolamento prevedono la “riserva d’Assemblea” (disegni di legge costituzionali e di revisione costituzionale, in materia elettorale, deleghe legislative, ratifiche di trattati internazionali, bilanci e consuntivi, decreti-legge recanti disposizioni in materia di ordine pubblico e disegni di legge collegati alla manovra di finanza pubblica).

Un altra novità riguarda i lavori delle c.d. “Commissioni filtro”: viene introdotto il principio secondo il quale durante l’esame in sede referente i pareri di tali Commissioni dovranno essere resi solo sul testo base (o eventualmente sul testo unificato) e non su tutti gli emendamenti presentati. Tuttavia nel caso in cui la Commissione di merito nel corso dell’esame dovesse approvare emendamenti che introducono disposizioni impattanti sul profilo finanziario, la Commissione Bilancio sarà tenuta ad esprimere il proprio parere entro quindici giorni solo su quegli emendamenti. Si tratta di un intervento che consentirebbe di semplificare il lavoro della Commissione Bilancio e eviterebbe inutili blocchi nei lavori della Commissione di merito.

Semplificazione e razionalizzazione dei lavori

Sono previsti interventi che puntano ad una ottimizzazione dei lavori del Senato, limitando il ricorso frequente ad atteggiamenti ostruzionistici – che spesso paralizzano l’esame dei provvedimenti – e garantendo la certezza dei tempi della decisione parlamentare.

Merita particolare attenzione la previsione di una corsia preferenziale per i disegni di legge di iniziativa popolare. La Riforma prevede che l’esame di questa particolare tipologia di provvedimenti debba essere portato a termine entro tre mesi dalla loro assegnazione: in caso contrario il provvedimento viene iscritto d’ufficio nel calendario dei lavori dell’Assemblea e la discussione si svolge nel testo dei proponenti, senza che sia possibile avanzare questioni incidentali.

Il progetto di Riforma prevede, inoltre, alcuni interventi di maquillage del Regolamento, necessari al suo adeguamento ai tempi e ai cambiamenti intervenuti con la riforma dei documenti di bilancio e nella disciplina di recepimento della normativa europea.

Riccardo Passantino

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17 novembre 2017

Cosa influisce sul soft power dell’Italia

Articolo di Francesco Schlitzer su formiche.net

La delegittimazione, per lotte politiche interne, del presidente della Bce l’italiano Mario Draghi di sicuro non aumenterà la nostra autorevolezza politica internazionale. La candidatura e la scelta di figure così apicali a livello mondiale non dovrebbe essere messa a rischio per ragioni di calcolo politico. Eppure il tema dell’autorevolezza di una nazione è tutt’altro che […]

La delegittimazione, per lotte politiche interne, del presidente della Bce l’italiano Mario Draghi di sicuro non aumenterà la nostra autorevolezza politica internazionale. La candidatura e la scelta di figure così apicali a livello mondiale non dovrebbe essere messa a rischio per ragioni di calcolo politico. Eppure il tema dell’autorevolezza di una nazione è tutt’altro che banale. Joseph Nye coniò il concetto di soft power, circa ventisette anni fa, per descrivere quel potere condiviso (soft) che nel nuovo millennio sarebbe stato più efficace del potere imposto (hard). Quanto più un Paese fosse stato abile nell’erigere ponti, incoraggiare relazioni e costruire network tanto più avrebbe influenzato la politica e l’agenda internazionale, guadagnando credibilità e autorevolezza. In sintesi, colui che domina non è necessariamente il più forte. Del soft power si è continuato a discutere in tutti questi anni collegandolo da un lato alla progressiva erosione e devoluzione del potere dei governi e dall’altro al cambiamento che la componente digitale ha apportato all’esercizio stesso del potere e del consenso.

Molto interessante, in questo senso, è il contributo che i colleghi di Portland, l’agenzia di comunicazione strategica fondata da Tim Allan ex portavoce di Tony Blair, forniscono con il loro rapporto The Soft Power 30. Si tratta di un’analisi che ha l’ambizione di individuare un indice per misurare trenta Paesi in termini di soft power. Lo stesso Nye considera quest’analisi il miglior riferimento sul quale lavorare. Il rapporto misura sia con dati quantitativi che qualitativi sei sub-indici. Per dare alcuni esempi, l’indice Education valuta, Paese per Paese, non soltanto la qualità della formazione ma anche la capacità di attrarre studenti stranieri o di facilitarne gli scambi. L’indice Digital, valuta quanto le tecnologie digitali siano utilizzate nelle interazioni sociali. Si tratta, quindi, di un modello complesso e articolato, in fase di continuo perfezionamento. L’idea di fondo è che, quanto più i sei sub-indici sono sviluppati in un determinato Paese tanto più quel Paese aumenterà il proprio soft power e quindi la sua capacità di influenza a livello globale. Nell’ultimo rapporto l’Italia è stabile al tredicesimo posto, mentre Francia, UK e USA occupano nell’ordine le prime posizioni. La Francia, in precedenza quarta, rappresenta una sorpresa dovuta a diversi fattori tra i quali l’elezione di Macron e la sconfitta del Front National ma soprattutto la capacità dei francesi di affrontare e gestire gli attacchi terroristici. È interessante notare che il Regno Unito, nonostante la Brexit, sia stabile al secondo posto e in tutti gli indici, il sistema britannico appare solido e molto ben organizzato. Questo risultato ci dice anche che l’essere o no in Europa non è, di per sé, indicativo della capacità e del ruolo d’influenza di un Paese.

Il rapporto fornisce delle indicazioni politiche importanti all’Italia evidenziando che la nostra politica dovrebbe puntare molto di più sulla qualità dell’istruzione, sul rafforzamento della nostra identità culturale e sulla diffusione del digitale. Purtroppo nessuna di queste è tra le priorità della campagna elettorale che incombe. In particolare, il contributo che le tecnologie digitali stanno dando alla crescita del soft power è rilevante. La diffusione multidirezionale dell’esercizio del potere trova, infatti, la sua realizzazione concreta attraverso l’uso delle piattaforme digitali che costituiscono un formidabile strumento di creazione del consenso. L’impressione però è che la nostra classe politica, e non solo, abbia male interpretato le possibilità e l’uso del digitale nella comunicazione.

Come ha fatto notare Claudio Paolucci dell’Università di Bologna, oggi si scambia la visibilità per autorevolezza, un numero alto di followers o di retweet come sinonimo di qualità del messaggio o della fonte. L’elemento quantitativo della comunicazione prevale su quello qualitativo, persino su quello della verità fattuale. Possiamo, quindi, fare tutti i proclami sul web e avere le migliori intenzioni ma se continuiamo a essere tra i Paesi più corrotti al mondo, se restiamo penultimi nel numero di laureati in Europa o se continuiamo a essere poco innovativi, non saranno certo le frasi a effetto o i like sulle pagine di Facebook ad aumentare la nostra capacità d’influenza a livello internazionale. Per queste ragioni, sarà certamente interessante discutere del nostro Indice di soft power, e quindi del posizionamento del Paese, presentando il rapporto Portland anche in Italia il prossimo anno. Forse potremo capire anche come le nostre vicende politiche, le crisi bancarie, l’immagine di Roma e persino la mancata qualificazione ai mondiali di calcio avranno influito sul nostro soft power.

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23 ottobre 2017

Codice antimafia, Banca d’Italia e non solo, chi impapocchia leggi e mozioni?

Articolo di Francesco Schlitzer su formiche.net

Nei giorni scorsi, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha evidenziato alcuni “profili critici” in occasione della firma per la promulgazione del nuovo codice antimafia, invitando il governo a mettere nuovamente mano al testo per modificare alcuni aspetti relativi alla cosiddetta “confisca allargata”. Il nuovo codice, infatti, non include alcune fattispecie di reati molto gravi, […]

Nei giorni scorsi, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha evidenziato alcuni “profili critici” in occasione della firma per la promulgazione del nuovo codice antimafia, invitando il governo a mettere nuovamente mano al testo per modificare alcuni aspetti relativi alla cosiddetta “confisca allargata”. Il nuovo codice, infatti, non include alcune fattispecie di reati molto gravi, ad esempio terrorismo internazionale e reati informatici, che erano invece state inserite l’anno prima in un altro provvedimento e in attuazione di una specifica direttiva dell’Unione europea.

Non è la prima volta che un Presidente della Repubblica solleva rilievi a provvedimenti dell’esecutivo o del Parlamento. Basti ricordare che Giorgio Napolitano, durante il governo Berlusconi, non firmò la riforma del diritto del lavoro e neppure il decreto legge sulla vicenda Englaro. Più in generale, esperti costituzionalisti osservano, da diversi anni, la pericolosa deriva che ha preso il nostro processo di formulazione e approvazione delle leggi. Basti ricordare che Michele Ainis, già nel 1997 denunciò in un interessante pamphlet il fenomeno della cosiddetta “legge oscura”, dove l’oscurità nascondeva la profonda approssimazione nella scrittura dei testi legislativi, l’assenza di analisi e dati a sostegno dei provvedimenti, gli errori materiali e soprattutto l’incomprensibilità della scrittura per qualsiasi cittadino, anche quello più “attrezzato” culturalmente. Le ragioni di questa deriva, che appare inarrestabile, sono diverse e ognuna andrebbe valutata attentamente. Ne elenco solo un paio.

La prima, a mio avviso, risiede nell’effetto di spostamento dell’epicentro del processo decisionale sul governo. Spostamento che ha, di fatto, cancellato il ruolo geometrico e di composizione degli interessi che veniva svolto dal Parlamento. Se abbiamo una cattiva qualità delle leggi, è dovuto anche al fatto che i governi, spinti dall’esigenza di attuare tempestivamente l’agenda politica o di dare risposte immediate a sentimenti diffusi nell’opinione pubblica, utilizzano la decretazione d’urgenza, dove spesso l’urgenza sta per fretta. La fretta, si sa, è nemica del bene ed è ancor più nemica se in un provvedimento sono inserite tante disposizioni eterogenee fra loro (leggi omnibus). Se poi durante l’esame, il provvedimento viene trasformato in un maxi-emendamento composto da un solo articolo e centinaia di commi, sul quale viene posta la questione di fiducia, le probabilità di errori o strafalcioni sono ancora maggiori. Tutto si comprime e tutto diventa forma a scapito della sostanza. Termini per la presentazione di emendamenti ridotti a poche ore, audizioni compresse in pochi minuti e un monocameralismo di fatto, perché non c’è tempo per la seconda lettura del provvedimento.

Ricordo che procedere rapidamente ha anche la conseguenza di non consentire agli uffici di staff dell’esecutivo né ai funzionari parlamentari di poter predisporre serie analisi d’impatto. Gli staff tecnici, che dovrebbero attuare la scelta politica in una norma corretta e coerente, restano ai margini.  E ancora, sempre per la fretta, si sceglie di utilizzare in maniera pervasiva e devastante la tecnica della novellazione. Si tratta di norme dove, anziché riscrivere chiaramente e daccapo la modifica proposta, si preferisce volutamente indicare solo l’articolo, il comma o il periodo che viene appunto novellato. Cosicché il risultato finale è avere delle norme che sono completamente illeggibili e che escludono il cittadino dal poter comprendere il significato e soprattutto le conseguenze del dispositivo.

Di novella in novella, di modifica in modifica, abbiamo costruito una babele di leggi, spesso inutili e inattuate. Si tratta, a mio avviso, di un fatto grave, un vulnus della democrazia e che ha un costo enorme per il Paese. Secondo aspetto: il Parlamento fa le leggi, almeno in teoria. Su questo dobbiamo avere l’onestà nel riconoscere che questa istituzione è stata mortificata negli ultimi vent’anni e più. La si è voluta far passare come il luogo dove tutto si ferma per impedire all’esecutivo di turno di poter cambiare il Paese e così ne abbiamo svilito il ruolo. I dati di produttività del nostro Parlamento sono assolutamente in linea con quelli di Paesi europei a noi più vicini. Il tema, quindi, sembra essere più la qualità di ciò che approva, che non i tempi. Qualità che dipende anche dal profilo delle persone che vengono elette. Purtroppo, grazie a leggi elettorali bizzarre, abbiamo delegato ai partiti la nomina dei parlamentari, dimenticando che i partiti, se proprio devono nominare i parlamentari, andrebbero sottoposti prima a regole adeguate sulla trasparenza e democraticità interna. Evidenzio che un parlamentare politicamente debole è più facilmente “catturabile” dalle lobby, proprio perché non è adeguatamente attrezzato per dialogare alla pari con i gruppi d’interesse.

Infine, restando in tema di partiti, occorre ricordare che una volta il partito politico aveva personale competente che lavorava alla stesura di proposte di legge, preventivamente studiate e condivise con i corpi sociali di riferimento. Le proposte più importanti andavano a far parte del programma di governo e portate all’attenzione del Parlamento. Attività che oggi non sembra essere rilevante perché il fenomeno del leaderismo politico tende a preferire lo slogan o a copiare (male) cose che funzionano in altri contesti. Sarà pure un segno dei tempi ma che oggi mozioni importanti, come quella su Banca d’Italia, si discutano istituzionalmente su chat, appare, a chi scrive, quantomeno discutibile.

Insomma, il modus operandi sembra più da fast food della legislazione, dove la rapidità prevale sulla qualità. Una modernizzazione delle istituzioni e dei processi decisionali è sì necessaria ma non con l’obiettivo di conquistare poteri o scorciatoie per escludere i cittadini, semmai con quello di aumentare la loro partecipazione e migliorare la qualità delle politiche. La credibilità delle istituzioni si misura con ciò che fanno e non con ciò che dichiarano di essere. Abbiamo bisogno di meno leggi e di maggiore qualità. Abbiamo bisogno di slow food.

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9 ottobre 2017

Il Nobel della Pace all’Ican è un premio al lobbismo trasparente

Articolo di Francesco Schlitzer su formiche.net

“Per il suo ruolo nel fare luce sulle catastrofiche conseguenze di un qualsiasi utilizzo di armi atomiche e per i suoi sforzi innovativi per arrivare ad un Trattato che le proibisca”. Sono queste le motivazioni con cui la commissione ha assegnato il premio Nobel per la pace all’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, Ican. Beatrice […]

“Per il suo ruolo nel fare luce sulle catastrofiche conseguenze di un qualsiasi utilizzo di armi atomiche e per i suoi sforzi innovativi per arrivare ad un Trattato che le proibisca”. Sono queste le motivazioni con cui la commissione ha assegnato il premio Nobel per la pace all’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, Ican.

Beatrice Fihn, che ne è direttore esecutivo, ha consolidato un’alleanza di oltre 460 Ong distribuite in più di cento Paesi nel mondo che si batte da circa dieci anni per l’abolizione delle armi atomiche. È stato grazie alle costanti pressioni dell’Ican se, lo scorso luglio, si è concluso il negoziato per la ratifica del Trattato al quale hanno partecipato oltre 135 Stati. Ad oggi, solo tre Paesi lo hanno ratificato e per rendere il Trattato vincolante occorrerà la firma di almeno cinquantatre Paesi. L’Italia, che ospita diversi ordigni, non lo ha ancora ratificato, purtroppo. Siamo, quindi, lontani e non di poco dall’obiettivo.

Il premio all’Ican è quindi un evidente segnale politico che l’Accademia svedese ha voluto dare al mondo e, in particolare, a Corea del Nord, Iran, Usa e Cina che non hanno neppure aderito al Trattato. D’altronde la Fihn è una che non le manda a dire e, in un recente tweet, si è detta d’accordo sul fatto che il presidente Usa fosse un moron (trad. deficiente). Di là dalla cronaca, quello colpisce è il fatto che, negli ultimi anni, molte organizzazioni siano capaci di incidere nei processi decisionali molto più efficacemente della politica e delle istituzioni, che spesso si trova solo a dover ratificare in atti una volontà già ampiamente consolidata. Ricordo che vent’anni fa il Nobel per la pace fu assegnato ad un’organizzazione americana la International Campaign to Ban Landmines Icbl, che si era battuta per mettere al bando le mine antiuomo; anche a capo della Ibcl c’era una donna molto combattiva Jody Williams.

I gruppi di pressione monotematici, cosiddetti issue groups, costituiscono un modo efficace per diffondere maggiore sensibilità e far pressione sulle istituzioni affinché affrontino e possibilmente risolvano specifici problemi. La loro efficacia dipende da una serie di fattori, tra i principali vi è la capacità di creare consenso con una molteplicità di strumenti (activation tools) quali: rapporti, video documentari, utilizzo di testimonial o campagne sui social media. Queste organizzazioni hanno anche capito che le pressioni dal basso attraverso l’incremento del numero ma soprattutto della “qualità” dei propri sostenitori e finanziatori producono un formidabile “effetto leva” e amplificano la capacità d’influenza. Si tratta di un attivismo civico su scala globale con l’utilizzo di supporter proveniente dal mondo del cinema, dello sport, dell’università o della letteratura. Basti pensare che uno dei primi e più rappresentativi testimonial dell’Ican fu nel 2007 il sindaco di Hiroshima che, a sua volta, era a capo del network di sindaci Mayor for Peace. L’effetto dell’azione di questi gruppi d’interesse ricorda quello del sasso gettato nello stagno che a sua volta produce tante e più onde concentriche quanto più è efficace e organizzato il contenuto del messaggio.

È il lobbismo responsabile i cui effetti positivi nelle società sono riconosciuti anche dal Global Compact delle Nazioni Unite. È un lobbismo trasparente che cerca di migliorare la società, che prova a far coincidere l’interesse generale con quello particolare. Che non è né filo né antigovernativo ma è solo e dichiaratamente di parte perché convinto di stare dalla parte, non giusta, ma certamente migliore.

@FraSchlitzer

Fonte: formiche.net

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28 settembre 2017

Tutti gli spettacolini sugli agenti dello spettacolo

Articolo di Francesco Schlitzer su formiche.net

Anche gli agenti dello spettacolo sono entrati nell’affollato inner circle nostrano dei soggetti in conflitto di interesse. Siamo il Paese delle conventicole e, quindi, non è una novità. La vera novità è che da qualche anno sia pure in maniera altalenante stiamo in qualche modo affrontando questo tema che danneggia la libertà politica, economica e […]

Anche gli agenti dello spettacolo sono entrati nell’affollato inner circle nostrano dei soggetti in conflitto di interesse. Siamo il Paese delle conventicole e, quindi, non è una novità. La vera novità è che da qualche anno sia pure in maniera altalenante stiamo in qualche modo affrontando questo tema che danneggia la libertà politica, economica e professionale del nostro Paese.

Il fenomeno del conflitto d’interessi è purtroppo molto diffuso in tutti i settori e spesso da noi lo si giustifica utilizzando strumentalmente l’argomento della competenza. “Perché così tanti incarichi affidati a Tizio?” “Perché è il più bravo ed esperto”. “Nessuno lo mette in dubbio, ma Tizio siede anche nel CdA di una società concorrente!”. “Vero, ma  quell’incarico non è incompatibile con le funzioni che gli abbiamo affidato, anzi ci rassicura“. Se vabbè, boom, verrebbe da dire. Eppure queste sono le risposte che ricevi, anche messe per iscritto. Fino a qualche anno fa, se denunciavi ad un rappresentante del governo o del Parlamento che una nomina fosse incompatibile perché in conflitto d’interesse, ti guardavano come un marziano, Oggi quantomeno fingono di prendere appunti.

Non è, quindi, una sorpresa che anche il mondo dello spettacolo e della cultura ne sia ricco. Molto spesso questi conflitti sono presenti dove operano monopoli o oligopoli, qual è appunto il mondo degli agenti dello spettacolo. Alcuni agenti hanno creato società di produzione attraverso le quali vendono programmi alle reti televisive e, al contempo, piazzano negli stessi programmi i propri artisti. L’agente così guadagna sia sulla produzione che sul cachet dell’artista. Si tratta di una sorta di integrazione verticale che rischia di limitare opportunità sia per le altre case di produzione che per gli artisti che non fanno parte di una determinata agenzia. Anche gli attori, i musicisti e persino i doppiatori spesso sono costretti a iscriversi ad una specifica società di gestione collettiva su “gentile indicazione” del proprio agente, pena il rischio di non lavorare più.

Basta guardare i profili delle persone che siedono ai vertici delle società di gestione per rendersene conto. È il tipico “salotto romano” dove avvocati dello spettacolo, agenti, produttori, autori e artisti sono seduti ai tavolini del famoso Bar Vanni o da Settembrini – nel quartiere Prati – tutti insieme a discutere appassionatamente su come spartirsi la torta.

Bene ha fatto, quindi, la Commissione di Vigilanza sulla Rai ad approvare all’unanimità la risoluzione promossa dal deputato Michele Anzaldi, in foto, e speriamo che questa sortisca qualche effetto. Beninteso, il tema non riguarda solo la Rai, riguarda l’intero settore dell’intrattenimento, dove – se si vuole indagare – si troveranno spesso situazioni di cartello o abusi di posizione dominante a favore di questo o di quel soggetto. Se abbiamo deciso di liberalizzare dobbiamo poi vigilare. Per questa ragione, è importante che l’Agcm e l’Agcom non sottovalutino i conflitti d’interesse manifestamente presenti nel settore. Non c’è bisogno di altre leggi, ma di una vigilanza attenta e rigorosa. Non possiamo insomma accontentarci di un’autocertificazione qualsiasi per metterla nel cassetto. Questi conflitti sono gravi perché danneggiano le imprese e le professionalità. Concorrenza vuol dire anche maggiore qualità; c’è scritto anche nella Direttiva Barnier.

@FraSchlitzer

Fonte: formiche.net

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25 ottobre 2016

Perché non possiamo non dirci almeno un po’ Radicali

Articolo di Francesco Schlitzer su formiche.net

Quando Riccardo Magi e Valerio Federico, mi hanno chiesto di aiutarli a rilanciare la comunicazione di radicali italiani, non ho avuto esitazioni e ho detto volentieri di sì. Ho chiamato al lavoro con me uno dei più importanti illustratori e grafici italiani Lorenzo Ceccotti. E così, il mese scorso, ci siamo messi al lavoro. Abbiamo […]

Quando Riccardo Magi e Valerio Federico, mi hanno chiesto di aiutarli a rilanciare la comunicazione di radicali italiani, non ho avuto esitazioni e ho detto volentieri di sì. Ho chiamato al lavoro con me uno dei più importanti illustratori e grafici italiani Lorenzo Ceccotti. E così, il mese scorso, ci siamo messi al lavoro. Abbiamo rivisitato il sito che sarà online nella nuova versione il 29 ottobre in occasione del XV congresso del movimento e abbiamo anche prodotto un video che circola in questi giorni in rete e sui social.

Ci sarà da fare molto altro, ma tutto dopo il congresso. Non sono un militante del movimento né condivido tutto ciò che i Radicali hanno proposto ieri e propongono oggi. Vivo però un senso di disagio per il fatto che i Radicali oggi non siano tra i protagonisti della scena politica italiana. Certamente questo essere un po’ fuori dall’agone politico va imputato principalmente a loro stessi, a scelte contraddittorie e divisioni interne difficili da comprendere; su questo non c’è alcun dubbio. Ma è altrettanto vero che questo Paese non li ha mai capiti. O meglio li ha capiti solo a posteriori. Li ha applauditi ma non li ha mai votati. Li ha stimati, salvo preferirgli i partiti tradizionali che spesso copiavano in ritardo le loro idee.

La mia sensazione è che noi italiani siamo stati piuttosto ingrati con loro. Eppure la lista delle ragioni che i Radicali potrebbero vantare è molto lunga. E non è legata solo ai temi dei diritti civili: carceri, fine vita, diritti lgbt, liberalizzazione cannabis – dove oggi anche tra le Forze dell’Ordine e la magistratura si registrano aperture – ma è altrettanto lunga su tante altre questioni, più o meno grandi. Pensiamo ai temi della libertà di ricerca scientifica, del merito e della trasparenza nella pubblica amministrazione. A quello dell’informazione e della privatizzazione Rai e del canone, che oggi ci troviamo in bolletta.

Anche di recente, sul tema dell’immigrazione, invito a leggere il Rapporto di radicali italiani curato da Roberto Cicciomessere. Chi vorrà, troverà non solo dati aggiornati ma anche un racconto diverso del fenomeno e della realtà basato su fatti e analisi. Ed è un’amara coincidenza che tra un mese gli italiani saranno chiamati a votare il referendum sulla riforma costituzionale, nel quale, ad eccezione dei Radicali, nessuno ha ricordato che – con la riforma – ci vorranno oltre 800 mila firme per indire un referendum abrogativo. Un numero pressoché impossibile da raggiungere e che avrà il solo effetto di far sì che i cittadini contino sempre meno. Evidentemente non ricordiamo quanto i referendum siano stati importanti per cambiare in meglio le nostre vite.

Il video vuole far ricordare proprio tutto questo. Far ricordare a tutti noi, che avere un movimento come quello dei Radicali è un bene prezioso, ne abbiamo guadagnato tutti, che fossimo d’accordo oppure no.

@FraSchlitzer

Fonte: formiche.net

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7 marzo 2016

Chi e perché ostacola la liberalizzazione dei diritti musicali

Articolo di Francesco Schlitzer su formiche.net

La serie tv Vinyl diretta da Scorzese – in onda su Sky – ci racconta un interessante spaccato nei rapporti tra l’industria discografica e gli artisti musicali, dove i contratti sono spesso trappole per fregare economicamente il musicista di turno; nella serie ad essere fregati sono i Led Zeppelin. Qualche mese fa, anche il famoso […]

La serie tv Vinyl diretta da Scorzese – in onda su Sky – ci racconta un interessante spaccato nei rapporti tra l’industria discografica e gli artisti musicali, dove i contratti sono spesso trappole per fregare economicamente il musicista di turno; nella serie ad essere fregati sono i Led Zeppelin. Qualche mese fa, anche il famoso songwriter James Taylor ha raccontato, in un’intervista, di quando diciottenne cedette per un sandwich tutti i suoi diritti alle case discografiche.

Il tema è di estrema attualità anche a casa nostra. Lo si sta discutendo, in questi giorni, nell’ambito del disegno di legge sulla concorrenza, grazie ad un emendamento, presentato dalla senatrice Pd Elena Fissore. La proposta prevede, come in tutti Paesi europei, che anche le rappresentanze di artisti musicali possano gestire i propri compensi e non, come avviene oggi, esclusivamente attraverso i produttori discografici. L’emendamento vede ovviamente contraria l’industria discografica.

Da sempre, infatti, i discografici hanno voluto far passare l’idea che l’artista o l’autore fossero eccentrici personaggi da mettere sotto “tutela amministrativa”. Questa necessità di tutela, viene esercitata attraverso dei monopoli con la tesi che sia indispensabile e più conveniente avere un unico soggetto che negozi per conto di tutti. Detto in altri termini: non è utile avere un mercato libero, pena il caos! Questa posizione sta diventando il vero e proprio mantra unificante di questi mesi, ripetuto da soggetti diversi, in più occasioni. Il presidente della SIAE (noto produttore discografico) ha sostenuto, in una recente audizione alla Camera dei deputati, che il monopolio SIAE è necessario e che la liberalizzazione “cugina” dei diritti di ritrasmissione non stia funzionando e crei solo caos e conflittualità.

Pochi giorni fa l’ha scritto anche il presidente dell’industria discografica FIMI che, attraverso la propria società consortile SCF, amministra in esclusiva i diritti sia dei produttori discografici che degli artisti. La lettera della FIMI, indirizzata ai senatori della Commissione Industria, chiede di respingere l’emendamento presentato dalla senatrice Fissore. Nella lettera, il presidente della FIMI ha motivato la contrarietà all’emendamento dicendo che la gestione esclusiva in capo ai discografici funziona bene perché grazie ad essa migliaia di artisti hanno incassato oltre 66 milioni di euro nell’ultimo quinquennio.

L’emendamento sarebbe dunque sbagliato e la liberalizzazione pure. Al coro del caos non si sono sottratti quelli che nella vicenda sono le controparti degli artisti cioè coloro che devono corrispondere i compensi: Radio e Televisioni. Chi come me, in rappresentanza di artisti e di nuovi operatori, ha proposto all’allora governo Monti la liberalizzazione e ha raccontato in un libro l’intera vicenda parlamentare, sente il dovere di intervenire, guardando i fatti.

Per primo, va ricordato che in Italia vige una clamorosa discriminazione tra gli artisti e gli altri aventi diritto. Mi spiego. Sono liberi di negoziare direttamente i produttori cinematografici, sono altrettanto liberi i discografici, sono liberi i grandi utilizzatori come Mediaset, SKY, FOX e la RAI nel difendere i loro diritti di proprietà intellettuale. Lo sono “persino” gli attori. Tutti, quindi, tranne i cantanti e i musicisti. A questo proposito, ricordo che vi sono già numerosi Ordini del Giorno e Risoluzioni parlamentari che impegnano il governo a modificare la norma. Non vi è, quindi, nulla da discutere, semmai c’è solo da ottemperare come appunto propone la senatrice Fissore. La libertà di scelta non è solo una questione di equità giuridica ma sostanziale.

Infatti, a fronte dei 66 milioni di euro incassati dagli artisti, i produttori, grazie all’esclusiva, ne hanno incassati circa 150 milioni di euro, più del doppio! Questa cifra, nella lettera della FIMI, non è indicata ed è la reale ragione per voler conservare questo privilegio: un enorme vantaggio economico.  Riguardo al presunto caos e alla “conflittualità” causata dalla liberalizzazione avvenuta sui diritti di ritrasmissione, evidenzio questi fatti. Quando, per gli artisti, operava il monopolio IMAIE non esisteva alcun sistema di regole e, per tale ragione, IMAIE – non riuscendo a distribuire oltre 120 milioni di euro di diritti – fu sottoposto a procedura fallimentare. Sistema di regole che, invece, oggi esiste proprio grazie alla liberalizzazione: chi vuole operare deve rispettare oltre trenta requisiti, ivi incluso il rispetto della L.231 sulla responsabilità d’impresa. Il caos vigeva allora, un “caos calmo”, sopito per decenni, perché conveniva a pochi in danno di migliaia di artisti.

Il passaggio da un assetto monopolistico ad un mercato regolato ha sempre generato, nei primi anni di vita, strumentali contenziosi, guerriglie, sgambetti e tanto altro, spesso sollevati proprio dall’ex monopolista; le si provano tutte pur di mantenere il dominio del mercato. Tutti noi ricordiamo quanto è avvenuto nella telefonia fissa e mobile, ad esempio, sulla portabilità del numero telefonico, idem nel settore della distribuzione dell’energia, per non dire in quello dei trasporti dove si chiudono cancelli per scoraggiare i passeggeri del competitor ad utilizzare quella compagnia.

Di casi come questi ce ne sono centinaia negli armadi dell’antitrust in tutta Europa. E non sono di questi giorni i contenziosi legali tra RAI, SKY e Mediaset sui diritti di ritrasmissione per i propri programmi trasmessi in chiaro? Qualcuno, per questa ragione, rimpiange il monopolio RAI o I tempi della SIP? Non credo. Sarebbe, quindi, opportuno che le “confindustrie” di settore riflettessero di più, prima di affrettarsi in rituali difese corporative. Non si può essere pro concorrenza a corrente alternata, secondo il cappello che si ha sulla testa. Gridare al caos non è un valido argomento, altrimenti l’economia si fonderebbe solo su Monopoli e, per giunta, di Stato.

@FraSchlitzer

Fonte:  formiche.net

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