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26 giugno 2018

La politica e il circo degli insulti

Articolo di Francesco Schlitzer su La Repubblica - Ed. Napoli

Tempo fa avevo scritto un articolo sulla comunicazione ai tempi dei social sottolineando quella di Paolo Gentiloni che al contrario dei predecessori aveva mantenuto un livello di comunicazione di contenuti adeguati al ruolo rivestito. Si parla quando è necessario, utilizzando i canali e i contenuti adeguati. Una politica quindi in totale controtendenza da quelle suggerita da esperti e fatta propria da una moltitudine indistinta di politici, opinion makers e cittadini.

Gentiloni in quei mesi risultava la figura più gradita dagli italiani. Viceversa la comunicazione politica e istituzionale sta sempre più immergendosi in un fangoso e squalificante spettacolo. Senza rendersene conto la si sta portando all’interno di una community della polemica e dell’insulto. Purtroppo nessuna forza politica è riuscita a starne lontano. Ministri ex presidenti del Consiglio, alte cariche istituzionali segretari di partito sono protagonisti di questo ridicolo spettacolo che li porta a non distinguere più la persona dall’istituzione che rappresenta. Grazie a nuovi e presunti guru della comunicazione social, di cui pare si siano circondati i leader politici, siamo immersi in questa bolla dell’insulto, delle citazioni a sproposito se non addirittura inventate, delle invettive.

Quello dei social media è diventato un campo dove si gioca al tutto contro tutti. Per vincere si usa qualsiasi mezzo e si viene poi sbeffeggiati con lo stesso mezzo. Ci si offende reciprocamente. Si fanno selfie per dimostrare quanto si lavora e si fa per la gente. Oppure mentre si stirano camicie o si gioca alla PlayStation. Cosa pensare dei ministri uscenti che postano la foto della stanza vuota, scrivendo battute sui possibili ministri entranti o vantandosi (sich!) dei risultati conseguiti. Chissà forse pensano, portando lo scatolone, di apparire servitori dello Stato. Dimenticando che esseri servitori dello stato significa fare esattamente l’opposto. Accogliere il nuovo entrante per il passaggio di consegne. Magari raccontando di persona le cose fatte i dossier ancora aperti, l’idea e il disegno che si perseguiva.

In questa bulimica voglia di apparire superficialmente e utilizzando slogan stiamo smarrendo la nostra identità. Stiamo con pervicacia alimentando divisioni. E se c’era una cosa di cui il Paese non aveva certo bisogno era quello di trasformare gli italiani in tifosi o in megafoni di sciocchezze, ancor più di quanto non lo fossimo già per ragioni storiche. Se Savona e Mattarella sono descritti come due sovversivi per ragioni opposte è probabile che nessuno dei due lo sia. Vorrei chiedere ai moderni comunicatori, ai social media manager, a tutti coloro che partecipano a questo circo, quale Paese stiamo raccontando, quali verità e storie vogliamo rappresentare? Sappiamo distinguere le persone competenti da quelle no? Siamo oggi in grado di fidarci di una figura istituzionale per quello che dice? Quali sono le fonti autorevoli, se tutti noi siamo diventati fonti. Ci fidiamo oggi della magistratura, dei media o del Parlamento? Se questa è la nuova comunicazione, se questo è il modo per parlare ai cittadini, da comunicatore vi dico che fa pena. Tutto questo spettacolo non ha nulla a che vedere con i fatti e il modo di raccontarli e non fa altro che abbassare ulteriormente la reputazione del nostro Paese agli occhi del mondo. Rende solo l’Italia più debole e più esposta. La comunicazione in politica e nelle istituzioni è un fattore strategico e va governata con perizia. E invece si pensa che Berlusconi sia stato un genio della comunicazione perché si è messo a contare con le dita durante le consultazioni del Quirinale. Salvo poi lamentarci dell’immagine che all’estero danno dell’Italia. Se sei un ministro o un parlamentare quello che affermi lo dici in quella veste, anche se lo fai dal tuo account personale. Se hai delle cose da dire pensa a come e quando dirle. Pensa alle conseguenze e a quale canale utilizzare. E soprattutto pensa prima se non sia meglio, ogni tanto, restare in silenzio.

Fonte: La Repubblica – Ed. Napoli

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