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21 Giugno 2019

L’avvocato in mutande

Articolo di Francesco Schlitzer su La Repubblica - Ed. Napoli

L ’avvocato Raffaele Capasso dialogando in mutande dal terrazzo di casa con il premier Conte, inconsapevolmente, e con un sol gesto di forma e di sostanza, ha derubricato il lobbismo a ciò che è, e non a ciò che l’immaginario collettivo, su cui soffia il vento delle cronache giudiziarie, immagina che sia.
Nun t’ miett’ scuorn’! Avrebbero detto a Napoli. Invece, il suo mostrarsi nell’intimità casalinga “da uomo del Sud” in mutande e pantofole, non gli ha impedito di richiamare l’attenzione del premier, a sua volta affacciato sul balcone dirimpetto. E così la spontaneità e irritualità del tutto porta involontariamente l’avvocato alle cronache nazionali.
D’altronde l’impellenza di Capasso era quella di cogliere il carpe diem che non gli sarebbe mai più ricapitato nella vita. «Se avessi perso il tempo a trovare il pantalone, avrei perso l’occasione».
Ineccepibile, quando mai gli sarebbe capitata un’altra occasione così?
Capasso, in quei pochi minuti, ha fatto – in mutande – esattamente quello che fanno i lobbisti in tutto il mondo. Ha provato a raccontare il problema e a spiegare le ragioni di trasformare il disegno di legge n.788 sul tema dei crediti in sofferenza – a firma del senatore Urso – in un decreto-legge. Quest’ultimo è uno strumento più veloce deve essere convertito in due mesi. Perché quindi aspettare la lotteria di un disegno di legge qualsiasi che forse non verrà mai approvato?
«Non è solo per me che forse sarò costretto a vendere l’abitazione ma è perché vorrei tornare a vedere le gente sorridere», avrebbe detto Capasso al premier.
L’interesse particolare si trasforma in interesse diffuso. Il problema di Capasso non è solo suo, la sua voce è quella di tante altre persone nella sua stessa condizione di “debitore” consegnato nella mani delle società di recupero crediti. Insomma una lobby, un gruppo di interesse, non organizzato, del quale Capasso si è fatto portavoce.
Il premier ha ascoltato e ha assicurato il proprio interessamento. Si vedrà.
Alan Rosenthal della Georgetown University spiegava che il lobbismo fa parte di ognuno di noi. Chi infatti durante una qualsiasi giornata non cerca di convincere qualcuno a fare qualcosa nel proprio interesse? È quello che tutti i Capasso – che vivono dentro di noi fanno ogni giorno, senza neppure rendersene conto.
George Washington, riceveva i lobbisti nella hall (lobby) di un albergo, da qui il nome di chi dialoga con le istituzioni. Non erano incontri segreti, massonici o consorterie di cui far parte. Non dovevi essere iscritto ad un club. Se avevi qualcosa di importante da dire per conto di molte persone, potevi farlo – anche in mutande.
Se in Italia, grazie a Capasso, cominciamo a ragionare con una visione più laica di come dovrebbe funzionare un processo decisionale, di come una società aperta dovrebbe rendere trasparente e accessibile a tutti la decisione pubblica, allora potremmo definirci una democrazia evoluta e plurale, se invece continuiamo a distinguere i buoni dai cattivi, i meritevoli da quelli da mettere all’indice, i registri per alcuni e l’anonimato per gli altri, non otterremo alcun risultato. Tutto resterà com’è, lasciando la sensazione ai cittadini che a qualcuno è stato dato ciò che ad altri è stato tolto. Senza neppure capirne il perché.

 

@FraSchlitzer

Fonte: La Repubblica – Ed. Napoli 

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